Il mercante d'acqua

 
Racconto di Francesco Gesualdi, edito da Feltrinelli, che descrive in filigrana l’espropriazione capitalistica dei beni comuni, i conflitti di lavoro, i guasti del consumismo, una diversa possibilità di produrre e lavorare per il bene comune. Testo per tutti compreso il mondo dei ragazzi. Le motivazioni sono meglio espresse nell’articolo "Il mercante d’acqua fra narrativa e politica".

 

Scrivere mi piace, non lo nego, ma Il mercante d’acqua, vero testo di narrativa, non l’ho scritto per il gusto della scrittura, ma per militanza politica. Da anni scrivo sui guasti del sistema, sugli squilibri Nord/Sud, sulle malefatte delle imprese, sulla necessità di imboccare la sobrietà, e mi pare che quei testi abbiano reso un buon servizio. Hanno consentito anche a chi non ha in tasca la laurea in economia di esplorare le strategie economiche che producono povertà. Hanno fatto scoprire il consumo critico e hanno fatto luce sui percorsi più reconditi della politica legata alla quotidianità. Hanno messo sotto accusa la crescita e hanno richiamato non solo l’urgenza di adottare stili di vita più sobri, ma anche di progettare un nuovo sistema economico capace di coniugare sobrietà, piena occupazione e diritti fondamentali per tutti.

Tutto sommato il bilancio è positivo, ma sento che se vogliamo raggiungere dei risultati incisivi dobbiamo fare di più. Dobbiamo uscire dalla nostra cerchia ristretta e raggiungere un pubblico più ampio. Quello più distratto, più pigro, più votato ai romanzi che ai saggi perché è allergico ai numeri e ai discorsi troppo argomentati. Ed ecco l’idea della narrativa come veicolo per raggiungere i lontani, per aprire una breccia nel mondo della scuola e fare arrivare i temi che ci sono più cari a chi compra libri solo per il gusto della lettura. Speriamo che riesca, perché se non troviamo il modo per fare straripare le nostre idee e farle colare fuori dalle mura della nostra diga, non andremo da nessuna parte.

Il Mercante d’acqua è un’inno ai beni comuni, ai diritti e all’economia di comunità. Ma quando cominciai a scriverlo, una trentina di anni fa, mi ponevo un altro obiettivo. Era la fine degli anni settanta, il muro di Berlino doveva ancora cadere e l’economia pubblica non era sotto attacco come lo è oggi. Neanche l’acqua era un’emergenza. La globalizzazione lanciava i primi segnali, ma solo i più attenti li percepivano. Insomma era un altro mondo per mentalità, prospettive, dibattiti in corso. Ma per un aspetto era identico a quello di oggi: l’ignoranza della gente. Vengo dalla scuola di Barbiana e il tema del sapere mi è sempre stato a cuore. Il sapere per la dignità personale, ma anche per la libertà e la partecipazione politica. A fine anni sessanta avevo avuto il privilegio di seguire una scuola per quadri sindacali e lì imparai l’importanza dell’economia. Di colpo capii che qualsiasi tema, dalla qualità della vita alla sicurezza sociale, dalle questioni ambientali alle relazioni internazionali, ha a che fare con l’economia. Da allora ho fatto della divulgazione del sapere economico un impegno di vita. Uno dei primi obiettivi che mi prefissi fu la stesura di un libro per la scuola, alternativo a quelli dominanti. Un testo che non fosse la solita tiritera sul sistema di mercato che immancabilmente comincia con i grafici sull’andamento dei prezzi in base alla domanda e all’offerta. Volevo realizzare un testo che smascherasse i veri intenti del capitalismo e descrivesse in che modo serve gli interessi dei mercanti contro la gente e contro il pianeta. Cominciai a lavorare all’opera nel 1977 e nella stesura dell’indice inserii un capitolo sulla natura del profitto. Ripassai Marx e la sua tesi, che il profitto, o come lo chiama lui il plusvalore, non è altro che lavoro non pagato mi convinse di nuovo ed anzi mi coinvolse emotivamente perché vivevo il furto sulla pelle. All’epoca lavoravo in fabbrica e arrivato a una certa ora del pomeriggio non potevo fare a meno di dirmi:”D’ora in avanti stai lavorando gratis per il padrone.”

L’idea di lavorare gratis non mi andava proprio giù ed era così forte il bisogno di spiegare l’inganno a tutti, che scrissi una breve storia sull’orologio di una fabbrica, che avendo capito il trucco del padrone va indietro al mattino, per ritardare l’inizio del lavoro, e in avanti la sera per anticipare l’uscita. Finchè il padrone si inferocisce e lo manda in frantumi con una martellata. La storia, che intitolai “L’orologio stregato”, venne pubblicata da un piccolo editore fiorentino e ignoro quante persone possano averla letta. Ma quell’esperimento mi convinse che la narrativa poteva essere un buon metodo per fare capire i concetti complicati a tutti e mentre scrivevo il testo di economia per la scuola, cominciai anche un’altra novella che raccontava di un’isola che viene colpita dalla siccità. Tutti i pozzi si prosciugano ad eccezione di quello di Melebù che è molto profondo. La gente di Terra Secca, così si chiama l’isola, va da Melebù per chiedergli soccorso e lo ottiene, ma in cambio deve cedergli tutte le sorgenti. Senza beni comuni, l’isola piomba nella trappola del lavoro salariato al servizio di Melebù che ha elaborato un piano per arricchirsi vendendo acqua. Da qui si dipana una storia, che senza mai citare il denaro, ripercorre in filigrana le tappe del capitalismo: i conflitti di classe, le crisi, il ricorso alla guerra, il fordismo, il consumismo, l’inquinamento, la disgregazione sociale. La trama era convincente,ma mi mancava un finale adeguato e non avevo tempo per curare due libri in contemporanea. Privilegiai il manuale per la scuola, che uscì nel 1982, mentre Il Mercante d’acqua rimase nel cassetto fino all’estate del 2006, quando lo ripresi in mano quasi per caso. Fui sorpreso di trovarlo più attuale che mai e capii che il finale stava nelle idee maturate negli ultimi anni: sobrietà, diritti, economia del bene comune. Lo completai e lo passai a Feltrinelli. Ora il libro è in libreria e la storia, quella verà, ci dirà se la narrativa può essere d’aiuto alla politica.