Gruppo di VICENZA: «le paure sociali che ci tengono legati alla crescita: come superarle?»

Riflessione preliminare

Il tema, già proiettato ad una ridefinizione del futuro, si è dimostrato di difficile analisi.

Già la bibliografia citata quale materiale di partenza è emblematica: più testi con più di 30 anni alle spalle rimangono ancora fondamento delle nostre attuali riflessioni: possibile che non ci sia nulla di più attuale? Alcuni erano testi che avevano pervaso la gioventù di alcuni, altri caratterizzati da notevole complessità del linguaggio, altri su cui si manifestano dubbi di analisi.

Ma quello che più ci ha stupito sono state le domande al centro della discussione: banali da un lato, scardinanti dall’altro.

Ci sembra che il nostro sia un compito arduo, in cui non basta una riflessione personale per redigere modalità di cambiamento e studi di fattibilità desiderabili dai più. Tutti quelli che hanno provato da tanto o da poco (ad esempio cfr bibliografia in Fabris, “La società post crescita”) non è che siano meno profondi e meno preparati degli scriventi!!!!

Nonostante queste difficoltà, riteniamo necessario avere un sogno da coltivare insieme, senza paura di pensarlo grande perché ormai siamo tarpati anche nei nostri sogni.

 

Ma veniamo al dunque.

 

Premesse

Innanzitutto riteniamo che la società “monacale”, in cui si fanno i “voti” di rinuncia, non è il futuro che ci aspettiamo e ben difficilmente potrà essere desiderabile, come dovrebbe invece essere la società oggetto della presente ricerca.

Se in alcuni ambiti una decrescita è necessaria, dovrà essere uno “scrollarsi di dosso cose inutili e nocive” mosso da interessi positivi forti e trainanti: un processo positivo di liberazione, non una mera rinuncia.

Abbiamo poi osservato che il risultato della attuale società è la perdita del valore della collettività e una esasperata individualizzazione di tutti gli aspetti sociali che hanno contraddistinto la seconda metà del secolo scorso.

In questo privilegiare il singolo e i suoi desideri ci siamo incamminati alla ricerca di risposte adolescenziali in tutti gli aspetti della vita.

 

Il lavoro

Bisogna ricordare che il lavoro è un aspetto fondamentale della vita: sia come attività creativa, sia perché legato al sostentamento e alla stabilità.

Il lavoro è l’attività primordiale che ci ha modellati, è la forza plasmatrice dell’uomo e delle società: la concezione del lavoro di un popolo e la relativa organizzazione sociale sono intimamente correlate.

In un’ottica ecosostenibile il lavoro “produttivo” deve essere proporzionato ai bisogni, tenendo presente però che anche “il lavorare” è in qualche forma un bisogno, una necessaria forma espressiva di ognuno, il luogo dove la nostra creatività trova concretizzazione.

La gran parte delle persone se non ha uno stipendio è in crisi esistenziale (vedasi i risultati della crisi attuale e le decine di migliaia di persone disoccupate nel Veneto).

 

Lavoro e salario…

Il nodo della questione è che erroneamente tendiamo a legare il lavoro al salario: “chi non prende un salario non lavora”. Nella nostra società ormai chi non ha una busta paga non è considerato un lavoratore.

Si è parlato della necessaria stabilità di lavoro, che è presupposto principe di ogni sogno e di ogni progetto di vita. Invece ci troviamo in un mondo in cui questo valore sembra sconfessato ogni dì.

 

solidarietà e competizione

Stabilità è collegato a solidarietà, in quanto chi è in una situazione di forza può garantire al più debole il necessario supporto; certamente ora questo legame con la collettività è incrinato o ormai spezzato e tutti siamo (o, forse, crediamo di essere) individualmente protagonisti del nostro futuro, senza alcun legame con chi ci è attorno.

Viviamo in un mondo in cui il vicino è un possibile avversario, non esistono più legami di vicinanza, di sangue, di lavoro né di impegno extralavorativo.

 

Il volontariato come intruso nel sistema “lavoro salariato”

La battuta “Odio i volontari” la dice lunga sull’approccio tutto da reinventare dei lavori non salariati: possono essere una risposta valida alla sempre minore presenza dello Stato e un modo per rendere più saldi e umani i rapporti sociali, ma anche una “concorrenza sleale” per i salariati disoccupati che, a ragione, vorrebbero essere pagati per svolgere attività necessarie.

Vedere i volontari come manovalanza non retribuita è proprio il modo esatto di osservare questa realtà? I movimenti di volontariato come dovrebbero affrontare la questione?

Anche il ruolo e le modalità del volontariato devono essere pensate in funzione del modello lavorativo.

 

Eccesso di produzione = spreco di vita

Da tempo abbiamo superato la fase in cui il lavoro serviva alla sussistenza ed in seguito al benessere della persona e della collettività. Concordiamo sul fatto che da una ventina di anni nel nostro mondo vicentino e probabilmente italiano stiamo producendo di più di quanto ci possa servire.

A livello collettivo, qualsiasi eccesso di produzione deve essere inquadrato nientemeno che come uno spreco di tempo, energie e materie prime: non un arricchimento ma vita sprecata. In quest’ottica, per limitare la disoccupazione occorre richiedere esclusivamente una migliore organizzazione della forza lavoro e meno che mai un aumento della produzione.

 

Necessità di crescere o di tappare le falle?

È necessaria la crescita continua? Noi crediamo di no, e lo sosteniamo mediante l’applicazione della semplice legge fisica dei serbatoi: la variazione di volume è pari alla differenza tra quanto entra e quanto esce.

La necessità di produrre sempre di più per mantenere il sistema stabile non dimostra la necessità della crescita, dimostra piuttosto la presenza di falle che, nell’indifferenza generale e con meccanismi volutamente occultati, sottraggono ricchezza al sistema.

Il nostro mondo economico non è più un mondo produttivo, ma un mondo finanziario: si guadagna lautamente facendo girare soldi da una parte all’altra del pianeta, con giochi che hanno niente a che fare con la necessaria produzione. L’alta finanza (economia virtuale) è ben lontana dall’economia reale: i volumi dei mercati finanziari sono centinaia di volte più grandi dell’economia reale. A chi giova tutto questo?

I capitali che via via si accumulano nei paradisi fiscali, per fare un esempio, sono uno dei furti che rendono apparentemente necessaria la crescita. Infatti, l’intera massa monetaria circolante dovrebbe uguagliare (e quindi rappresentare) il valore della ricchezza totale potenzialmente scambiabile.

 

Quali falle?

Attualmente l’aumento generalizzato del debito pubblico è presentato come il peggior spettro che incombe sugli Stati industrializzati e l’opinione pubblica ritiene che ciò sia stato causato dagli sprechi che effettivamente caratterizzano il settore pubblico.

Occorre affermare con coraggio che la lotta agli sprechi e al malaffare, per quanto necessaria, non può risolvere il problema del debito pubblico: infatti, il costante aumento del debito pubblico è una caratteristica intrinseca all’attuale sistema economico finanziario.

 

È necessario ideare una organizzazione della società che liberi di fatto l’economia reale dallo strapotere oggi in mano ai grandi investitori, alle grandi multinazionali, alle Banche Centrali che battono moneta e dettano legge.

 

Pubblico e privato

Ormai rimane pubblico solo ciò che non può essere fonte di guadagno. Qualsiasi attività che può essere fonte di reddito certo è stata ormai privatizzata (per es. la questione dell’acqua, che esce dal pubblico).

Nell’ottica di una necessaria riduzione dei sistemi produttivi, certamente occorre trovare un modo per compensare le minori entrate fiscali per il necessario finanziamento dei servizi sociali fondamentali, attualmente oggetto di scempi e speculazioni e ormai ridotti ai minimi termini.

Ma proprio il fatto che molta parte dell’economia pubblica sia ambita dai privati che vedono in essa una fonte certa di guadagno, dimostra inequivocabilmente che il settore pubblico non produce solo spesa. Se così fosse, i privati non avrebbero nessun interesse a diventarne gestori.

 

In vista di una riorganizzazione

 

Organizzazione del lavoro: L’analisi che ci ha portato a confrontare le garanzie de-umanizzanti dei paesi ex socialisti, nei quali il lavoro per tutti da una parte era garanzia minima di servizi accettabili, dall’altra era una realtà asfissiante e controproducente che ha portato a minare alla base il sistema.

Efficienza: Altro accenno interessante è stato quello nel chiederci se siamo troppo efficienti. Ha senso questa superefficienza che lascia sulla strada fior fiore di donne e uomini? L’efficienza comporta una maggiore tecnocrazia: sempre più potere si accumula in mano a poche persone altamente specializzate e perciò non controllabili; la sempre maggiore specializzazione richiesta riduce la possibilità di mobilità nel mondo del lavoro, per cui la precarizzazione del lavoro si traduce esclusivamente in totale insicurezza e instabilità.

Inoltre, l’efficienza è anche legata all’attuale disponibilità di energia a bassissimo costo: rappresenta perciò uno scenario di incertezza per il futuro.

Flessibilità: Il mondo del lavoro continua a richiedere un ampliamento dei confini della flessibilità, che finora è vista solo come possibilità di licenziamento. La flessibilità deve essere vista anche positivamente se è in grado però di garantire effettivamente un lavoro alternativo, magari lavorando tutti un po’ meno ma con una garanzia certa di continuità.

Orario/posti di lavoro: Attualmente il sistema lavorativo è organizzato in modo da modulare la sua capacità produttiva variando il numero di posti di lavoro e tenendo praticamente fisso l’orario di lavoro. In direzione opposta si muovono i contratti di solidarietà.

Variare l’orario di lavoro in modo il più possibile omogeneo in tutti i settori lavorativi garantendo livelli di occupazione prossimi al 100% è anche un modo per rendere ogni singolo cittadino solidale e partecipe alle vicende che interessano l’intera società. Il lavoro diventa così un modo per condividere le fatiche e le soddisfazioni.

 

Lavori da potenziare

Per quanto riguarda le forme di lavoro da potenziare, le più interessanti riguardano gli eco-lavori, ma molti vivono di contributi statali (cfr pannelli fotovoltaici).

Un lavoro da privilegiare è certamente quello legato alla terra: di fronte alla fuga dai campi e la sempre maggior dipendenza dall’estero e dalle multinazionali per quanto riguarda i prodotti alimentari, rimane aperto il futuro dell’agricoltura. Di certo nessuno è disposto a sacrificare 365 giorni all’anno, con tutte le insicurezze e le difficoltà che comporta un tale lavoro. La nostra non deve essere la riproposta moderna della mezzadria! Certamente però, con approcci nuovi e condivisi, l’agricoltura deve ritornare ad occupare il posto centrale nel sistema produttivo che le spetta.